Per sempre tuo, Cyrano.

Per sempre tuo, Cyrano.

“Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.”

Guccini comincia ed io già lo vedo, davanti a me, fermo e trepidante, immenso, lo spadaccino indomito nato dalla penna di Edmond Rostand. Cyrano combattente, rivale. Cyrano che recita ballate a colpi di fioretto. Cyrano i cui gesti e pensieri si alternano sugli accenti di quella tastiera magica che è il metro. Sì perché Cyrano combatte con la spada ma la sua vera arma sono le parole, parole che tagliano, sferzano, suscitano il riso, ma un riso amaro, il riso di chi vive di duelli ma combatte, in realtà, contro se stesso, contro l’impossibilità di un sentimento, l’impossibilità di urlarlo.
Cyrano amante. Cyrano non amato.

Geometricamente parlando, questo tipo di amore potrebbe essere visto come la negazione del concetto di segmento. Vi è un punto di partenza, fermo, stabile, da cui si snoda il più straordinario fra gli impulsi emotivi, ma nessun punto di arrivo, solo una linea continua, eterna e costante, che punge. Il cuore di Cyrano è indissolubilmente proteso verso quello di Rossana ma il viaggio termina qui, con una partenza, perché Rossana ama Cristiano e Cristiano ama Rossana.

Ed ecco che il temuto schermidore si allontana dalla luce di vittoria che la sua spada riflette per rifugiarsi nell’ombra, si piega, inerme, di fronte al mutuo riconoscimento di sguardi a lui tanto negato. Cyrano è destinato a guardare Rossana nella penombra del suo giardino, nel bagliore fatuo del sogno o nelle parole da lui scritte alla luce di una candela, con la notte nell’anima.

L’amore è percezione ed espressione ma di questi due aspetti Cristiano conosce solo il primo, l’amore sa viverlo, sa sentirlo, ma tramutarlo in parola?
Come si riordina in bella grafia lo sconvolgimento emotivo?

Le parole di Cyrano diventano, dunque, le parole di Cristiano, Cyrano gliele regala e in ciò risiede uno dei più grandi atti di trasporto, di dono di cui la letteratura ci abbia mai resi partecipi, perché regalando le sue parole, Cyrano regala se stesso, espropriandosi di sé.

Lo spadaccino non può baciare, accarezzare, tenere Rossana ma le cinque lettere della parola bacio, da lei lette e pronunciate ad alta voce, possono sfiorarle le labbra, il suono leggermente aspro di carezza può diventare intimamente dolce se va a ricalcare il profilo delle sue rosee gote, e quel verbo, quell’atto, amare, scritto in corsivo quasi a volerne simulare la continuità sempiterna, può facilmente diventare la chiave di accesso alla sua anima.

Cyrano conduce una vita all’ombra di se stesso, come un attore che aspetta il proprio turno e vede il suo amore recitato da qualcun altro, si osserva e intanto percorre i suoi ultimi passi su quella stessa linea senza fine, destreggiandosi ancora, come sempre, tra colpi di fioretto e macchie d’inchiostro.

E poi basta una lettera, delle parole d’amore non più scritte ma lette, urlate e gettate in faccia ad un pubblico sul punto di lasciare la sala e l’improvvisa volontà di essere più che semplici spettatori di sé stessi, per svelare il segreto timidamente custodito nel forziere del nostro petto per tutta la durata di una vita.

Cyrano amante. Cyrano amato. E qui il viaggio si conclude.

Caffè

Stamattina mi sono alzata con un’irresistibile voglia di caffè. Strano, ho pensato. Strano perché a me il caffè non piace, non mi è mai piaciuto, e ciò ha portato numerosi miei amici a rinnegarmi in quanto italiana. Sono le tradizioni che fanno una nazione, mi hanno detto. Sono gli stessi che manifestavano ogni venerdì mattina, alle superiori, mentre io mi allontanavo dalle urla generali per entrare docilmente in classe, con il pesante zaino rosso sulle spalle e il libro che leggevo ad ogni cambio d’ora, ad ogni pausa, stretto fra le dita della mano destra. E mentre loro urlavano, io non mi azzardavo nemmeno a leggere ad alta voce, le parole mi riempivano la testa mentre le loro riempivano l’aria. Eppure stamattina mi sono sentita come loro, mi sono alzata e ho pensato a che bella giornata sarebbe stata se accanto a me ci fosse stato un bel caffè caldo con due cucchiaini di zucchero, in una tazzina gialla e blu.
Pensandoci, in effetti, il caffé è l’immagine poetica per eccellenza. Quanti poeti o pittori si sono smarriti nel suo odore mattutino o nella visione ipnotica del moto rotatorio del cucchiaino che lentamente segue il profilo della tazzina? E’ come se la casa si riempisse di poesia e si risvegliasse lentamente insieme a te. La prospettiva di un’intera giornata racchiusa in pochi sorsi. Perché le cose belle sono quelle che finiscono presto, quelle che vanno consumate in piccole dosi, come la vita. O almeno così mi hanno detto i fedeli manifestanti.
Così sono scesa al bar sotto casa, ci ero già andata qualche volta con mia madre ed avevo avuto modo di conoscerne i proprietari. Giuliano mi ha guardata e mi ha chiesto come andasse l’università, era da molto tempo che non mi vedeva e mi ha accolto con un sorriso sinceramente interessato, di quelli poco invadenti che ti vengono incontro e si fermano a pochi passi da te, pudichi. Gli ho raccontato degli imminenti esami e della mia relativa tranquillità, la città nuova mi piace ed ho conosciuto persone molto interessanti. Che bello essere giovani, risponde, ed io mi chiedo se mi abbia davvero ascoltato.
Poi faccio quello per cui mi sono alzata dal letto, quello per cui sono scesa in strada ad un orario così lontano dalle mie abitudini.
La tazzina del bar non è gialla e blu, suppongo si debba mantenere una certa sobrietà di fronte ai clienti, quindi cerco di godermi questo tocco di eleganza, fingendo di esserci abituata. Metto una bustina di zucchero. Non ho mai avuto il senso della misura, in nessun ambito, e non riesco a capire a quante bustine equivalgano i due canonici cucchiaini di zucchero.
Il primo sorso è amaro. Ancora un po’ di zucchero, mezza bustina, meglio non esagerare. E’ amaro anche il secondo, basta zucchero però, mio nonno ha il diabete ed io ho paura delle malattie. L’accoppiata non è vincente. Giuliano osserva per un po’ il mio silenzio e cerca di romperlo iniziando una conversazione con un altro cliente. L’argomento è la vittoria della squadra di calcio locale, mezza città è in festa. Non me n’ero accorta, forse vivo in mezzo all’altra metà. Nel frattempo io penso e la tazzina è lì.
Dicono che il caffè freddo sia quanto di più sbagliato ci possa essere. Lo diceva anche mio padre, lui di caffè ne beveva cinque o sei al giorno, doveva restare sveglio, essere attivo, lavorare fino a tardi, ad un progetto che, alla fine, non riuscì a portare a termine, perché così come di caffè, era avido di vita, ma la vita non la puoi addolcire né ponderare in sorsi. Ed io guardavo le palpebre stanche, pesanti, la mano tremula che trovava stabilità nella fissità della matita rigorosamente sempre ben temperata, e il viso basso avvolto intorno al fumo che si alzava. Rivedo ancora tutto, nonostante oggi siano già due anni.
Terzo sorso, l’ultimo, il più amaro. Il caffè non fa proprio per me. Non lo berrò più, se non quando avrò paura di dimenticare.

Hic et nunc

Hic et nunc. Qui ed ora ho operato una scelta, quella di parlare un po’ di me parlando sempre degli altri, per non peccare di egocentrismo.

Ho pensato fosse meglio iniziare con una breve nota di presentazione, per rendere il tutto un po’ meno asettico. Così ho iniziato a scrivere, giustificato il testo al centro come mi è sempre stato detto di fare (perché è l’aspetto quello che conta, nessuno presta più fede al vecchio proverbio del libro e della copertina) e ho messo in evidenza una bella locuzione latina che dà sempre l’idea di qualcosa di concettualmente elevato. Il mio proposito è però ben lontano da sofisticherie e tecnicismi vari. Mi piace scrivere e credo che questo sia tutto, di certo è tutto ciò che avverto l’esigenza di fare.

Scrivere è sempre stato il mio espediente, il mio peccato originale. Sono sempre stata una di quelle persone a cui piace sfiorare le cose, credo di non avere mai afferrato nulla nella vita, eppure quando scrivo ho come l’impressione di riuscire a stringere la vita stessa. E’ quasi un gioco da bambini, uno di quelli in cui ci si nasconde per poi uscire allo scoperto e rincorrersi cercando di essere il più veloce. Quindi ho sempre corso tra macchie di inchiostro ed evitato con cura le pozzanghere, custodito i miei dubbi nella punta in acciaio di una stilografica senza affidarli a chi, come me, ne era travolto e cadenzato i miei pensieri sul ticchettio pungente e martellante delle dita sulle lettere della tastiera. Volevo riuscire a vivere in modo più  concreto, così ho scelto di cominciare con la cosa più concreta che conosco: l’istante, l’attimo presente in cui si opera una scelta. E l’atto dello scegliere, si sa, richiede consapevolezza, volontà, capacità  di discernimento, umanità. La scelta impasta e permea tutto di materia umana.

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tutto questo l’ha già detto Gozzano in versi straordinari ai quali mi affaccio sempre con stupore e gratitudine. Forse parlerò anche di lui in questi frammenti sparsi raccolti e messi per iscritto (qui un ringraziamento speciale va anche al caro buon vecchio Petrarca, che mi ha fatto capire che non è necessariamente un male frantumarsi, se ciò che ne consegue è la voglia di ricomporsi).

Per adesso ho concluso, la breve presentazione non può più definirsi tale , una piccola nota sul margine destro dello schermo mi ricorda quanto pesino le parole.

430. Forse è il peso in grammi di una scelta, l’àncora mutevole che ci impedisce di volare via. Infatti io sono qui. Qui ed ora.